SCOPRIRE E VIVERE  LA MONTAGNA CON GIOVANNI


Ero agli ultimi anni della scuola elementare ed il parroco di Valduggia, don Temporelli, porta i ragazzi della parrocchia a Varallo in treno e poi a piedi alla Res dalla cui cima ci indica il Monte Rosa. A tredici anni, salendo da Carcoforo, mi affaccio al colle della Bottigia. Nella piccola comitiva c’è don Pietro Fallarini, parroco di Arlezze. Da quel colle, con tutta la sua imponenza vedo il Monte Rosa più vicino.


Negli anni che seguono è ancora un sacerdote a guidarmi in montagna, questa volta con un libro. E’ la guida di don Ravelli. Salgo su qualche cima valsesiana seguendo le indicazioni del parroco di Foresto ed è sempre il Rosa che domina la scena. Parlo dei primi anni cinquanta ed allora la descrizione della seconda montagna delle Alpi e delle sue vie di salita era ancora imprecisa ed incompleta, soprattutto sotto il profilo tecnico. C’era, è vero, la guida di don Ravelli, ma essa ci descriveva della Valsesia la storia, l’arte, i sentieri e le montagne degli alpeggi.

Anche se il parroco di Foresto era un grande alpinista che conosceva bene il Monte Rosa, ne aveva scritto solo nella parte finale del suo libro, descrivendo le principali via di salita, senza informazioni di ordine tecnico e sui gradi di difficoltà.

Bisogna arrivare agli anni sessanta con la guida del Rosa del C.A.I. e del T.C.I. per avere una descrizione sistematica, completa ed aggiornata di tutto il massiccio, con la relazione tecnica delle vie di salita, gradi di difficoltà compresi. Noi, dal nome dell’autore, la chiamavamo “Il Saglio”.

Inoltre, parlo ancora degli anni cinquanta, quello che si sapeva sulla montagna era a volte riferito da chi ne aveva una conoscenza frammentaria e per di più molte informazioni ci giungevano per una tradizione orale che a volte ingrandiva a dismisura le asperità e le davano aloni di leggenda.

Il Monte Rosa era la montagna su cui era scomparso Giacomo Chiara e sul Corriere Valsesiano del dopo guerra si leggeva del processo che ne era seguito.

La cresta più famosa in quegli anni era la Signal, irta di insidie e tranelli.

Su quella cresta, nell’agosto dell’55, scompare nella bufera l’alpinista trentino Pedrotti che ha lasciato le due compagne di salita a bivaccare per tre notti all’addiaccio nella tormenta.

Le due alpiniste vengono soccorse a metà cresta e salvate con fatica dalle guide di Alagna.

Del Pedrotti non si trova più traccia.

Pochi giorni dopo, il 4 di settembre, mentre stanno per raggiungere il Colle Vincent, cadono Barbonaglia e Turcotti. Marco Turcotti è il fratello di Giovanni.

Le notizie di queste tragedie producono profonda impressione in tutta la Valsesia e fanno pensare ad una montagna aspra e pericolosa.

Quando guardo le fotografie delle vette, dei ghiacciai e dei colli del Rosa sono combattuto da sentimenti contrastanti. Rimane il fascino ed il desiderio, ma senza grandi speranze e quasi mi rassegno alla rinuncia per le difficoltà che la montagna presenta.

Nel guardare quelle fotografie nasce anche una curiosità. In margine ad esse vedo spesso scritto “negativa fratelli Gugliermina” e mi chiedo chi sono.

E’ questa curiosità e una fortunata coincidenza che mi aprono le porte del Monte Rosa.

Una sera siamo in due a salire alla baita dell’Alpe Rissuolo sulla via del Corno Bianco. E’ autunno e in quella baita si materializza davanti ai miei occhi “il Giovanni”, quel veloce motociclista che avevo da tempo visto sfrecciare sulle curve della Cremosina in sella alla RUMI, dal suono armonioso ed inconfondibile.

Lo vedevo anche passare sulla sua bicicletta da corsa.

Mi ricordo la marca: era una GLORIA.

E’ lui che mi lega alla sua corda, mi svela i segreti della montagna e mi fa scoprire la semplicità in ciò che è solo apparentemente difficile e complicato.

E’ Giovanni che mi insegna l’uso della piccozza, una delle tre P (pila, piccozza, plastica).

La pila ha preso il posto della lanterna, la piccozza ha ancora il manico di legno, ma è molto più corta e leggera, il foglio di plastica è anch’esso molto leggero e con il sacco a pelo ha preso il posto della mantella che il nonno si metteva per ripararsi dal freddo e dal vento durante i bivacchi.

Già! Il nonno Gianbattista! E’ uno dei fratelli Gugliermina delle negative e con Giovanni ne scopro le imprese che ne hanno fatto i pionieri della conoscenza alpinistica del Rosa.

Allora (siamo verso la fine degli anni cinquanta) si partiva da Alagna verso l’alta Valle del Sesia camminando su una mulattiera verso gli alpeggi in un paesaggio ancora pittoresco.

Non c’era la strada asfaltata che oggi porta in auto all’Acqua Bianca.

Non c’era il piazzale asfaltato del Wold.

Non c’erano i silos e gli squarci della miniera.

Si passava sotto il portichetto dell’oratorio di Sant’Antonio e poco dopo si incontravano i primi alpeggi.

Andando in alto vengo a sapere che là in mezzo alla parete c’è la capanna voluta dal nonno e dallo zio Giuseppe. Che per raggiungere la calotta della Parrot si passa da quel nido d’aquila. Alla destra c’è il pianoro Ellerman che si raggiunge contornando il Cavallo. Al Colle Sesia si arriva per un passaggio chiave detto “il triangolo rosso”. Più a destra c’è la cresta Signal sulle cui rocce c’è qualche passaggio di terzo grado, se si è su difficoltà superiori, si è in errore e si è sbagliato strada .

E così ci mettiamo in cammino sulle orme del nonno, io legato alla sua corda.

Scoprire la montagna con Giovanni era un vivere senza tempo.

Le giornate avevano un’alba e un tramonto e fra alba e tramonto c’era il sole che in tutta tranquillità percorreva il suo arco nel cielo.

Una montagna praticata con lo spirito dell’alpinismo classico permeato da animo scoutistico (Giovanni era uno dei capi fondatori dello scoutismo valse siano).

Animo scoutistico con un’attenzione particolare rivolta ai giovani.

Un giorno (siamo nei primi anni sessanta) ci troviamo all’alpe Granus, uno degli alpeggi alti della Val d’Otro, dove abbiamo pernottato, e, di buon mattino ci avviamo verso il Corno Bianco.

Sulle pietraie di Terrafrancia ci viene incontro, e noi lo avviciniamo, un ragazzo.

Viene dalla pianura e anch’egli ha sentito il richiamo della montagna.

Il suo nome è Nicola Paludi e frequenta il secondo anno dell’Istituto Tecnico Omar di Novara. E’ solo.

Giovanni e Nicola conversano mentre saliamo verso il passo del’Uomo Storto. Parlano di problemi di aeronautica e di volo.

Si, perché Nicola ha un sogno, vuole fare il triennio di aeronautica all’Omar per poi volare e Giovanni ha frequentato al Politecnico di Torino la facoltà di ingegneria aeronautica.

Arriviamo all’inizio della cresta Nord del Corno Bianco e rivolgiamo a Nicola l’inevitabile domanda:”Perché sei solo?”. Risposta di Nicola: “Perché tutte le volte che vado in montagna con i miei amici, di fronte alle prime difficoltà, si mettono a rognare”.

Sono colpito dalla franchezza, non ho mai sentito usare il verbo rognare in modo così esplicito. Anche Giovanni sorride e gli offre la sua corda.

La loro conversazione si rinvigorisce e continua per tutta la cresta. Io vedo, da ultimo di cordata, che Nicola arrampica con destrezza e solo in vetta si scioglie quella strana cordata a tre. Giovanni primo come maestro, Nicola secondo come allievo, io terzo, nel ruolo di assistente muto del maestro.

Molti anni dopo, nel’73, leggo sui giornali che Nicola ha realizzato il suo sogno. E’ pilota di elicottero nell’esercito e vola sui ghiacciai dell’Everest al seguito della spedizione di Monzino.

Io sono certo che nei suoi voli aveva ancora con sé quel viatico di fiducia nel prossimo e nel futuro che Giovanni gli aveva dato sulla cresta nord del Corno Bianco.

Durante gli anni sessanta Giovanni ripercorre gran parte degli itinerari del nonno rievocandone le vicende, i modi di vivere la montagna, le amicizie, i compagni di cordata, le guide, le speranze, i successi, i sogni, e le delusioni.

Con una differenza.

Il nonno e lo zio Giuseppe concentrano per lo più la loro attività alpinistica nella stagione estiva. Giovanni dilata il tempo delle salite in tutte le stagioni. E così mi trovo a febbraio sulla cresta ovest del Tagliaferro, a marzo sulla cresta nord-est della Giordani, a metà ottobre sulla Dufour, un due di novembre sulla Parrot dopo essere saliti dalla capanna Valsesia.

Non solo, ma dilata i percorsi anche nel tempo e nello spazio.

Esemplare sotto questo profilo è la salita al Cervino.

Partiamo da Alagna dove c’è già la funivia che porta all’Indren, ma non è ancora abilitata per il trasporto delle persone. Per nostra fortuna è collaudata per gli zaini e gli operai addetti, molto amichevolmente, ce li fanno trovare su all’Indren. Ci affacciamo al colle del Lys con emozione perché vediamo la nostra meta laggiù verso ovest.

Scendiamo lungo il Grenz e poi ci mettiamo sul Gornergletscher che attraversiamo in diagonale verso la Gran Becca.

Al mattino grandi emozioni perché il ghiacciaio si risveglia. Qualche stillicidio. Qualche ruscelletto sul ghiaccio e poi, sotto i raggi del sole, la grande sinfonia nei canali glaciali dove scorrono torrenti di acqua.

Ci muoviamo fra pozze, tavole dei ghiacciai, massi erratici ed inghiottitoi.

Ai margini del ghiacciaio saliamo sulle scarpate delle morene laterali e poi per vallecole, ripide placche di roccia, tappeti erbosi di piante pioniere e contorniamo laghetti glaciali.

Poi di nuovo ghiacciai e pietraie sotto i Breithorn, il Teodulo, verso l’Hornli.

Il mattino seguente è un gran traffico di cordate che salgono, ci superano, si fermano e poi ci superano ancora.

Giovanni sale con la solita calma e sicurezza. Ci concediamo ampie soste di contemplazione perché la giornata è splendida e così, come per un tacito accordo, ci troviamo nel primo pomeriggio soli in vetta.

Il Cervino è tutto nostro.

Scendiamo dopo la rituale contemplazione a trecentosessanta gradi.

E, ancora per un tacito accordo, ci fermiamo nei dintorni del rifugio Solvay.

Vi è consentito l’accesso solo in caso di necessità e noi per il momento rispettiamo il divieto.

E’ ormai pomeriggio inoltrato e le luci sono quelle del tramonto.

A destra, verso oriente, c’è il nostro Monte Rosa che appare come un monarca con la fronte rivolta verso la pianura padana.

Noi ne vediamo le spalle ricoperte di un manto di ermellino le cui pieghe ricoprono le pareti del Lyskamm, il Grenz, il Gorner, i ghiacciai che salgono verso la Dufour e la Nordend.

E, nello scorrere del tempo verso il tramonto, il manto si ricopre sempre più di luce dorata.

A nord le piramidi più belle del Vallese. Il Weisshorn, lo Zinalrothorn, l’Obergabelhorn, il Taschhorn e gli altri Mischabel.

A sinistra, verso ovest, la Dent Blanche, e la Dent d’Hérens.

Il nonno, che sentiamo vicino a noi, ci indica le ultime luci su quelle vette aguzze.

Si fa poi buio e siamo quindi in stato di necessità. Entriamo nella capanna e non ci sentiamo in colpa perché non togliamo spazio a nessuno.

Poco più tardi entrano e sono con noi, nel nido d’aquila, due cordate.

Vengono probabilmente dalla cresta italiana. Parlano un’altra lingua, ma sentimenti di amicizia e di solidarietà ci legano subito con una semplice stretta di mano.

Nella notte ogni tanto si esce a vedere le stelle ed il profilo severo delle piramidi del Vallese.

Qualche tempo dopo Giovanni mi racconta una favola.


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