I RICORDI DI GIOVANNI




Sono tanti, si affollano nei pensieri e ognuno di essi vorrebbe uscire per primo. C’è inoltre nel parlare di lui e delle sue montagne la preoccupazione di essere riduttivo.

Mi lego alla corda di Giovanni negli anni ’60 e prima c’è il nonno, c’è Marco, c’è il Soccorso Alpino, c’è lo scoutismo.

Mi viene in aiuto una recente suddivisione dell’ambiente alpino in due categorie: c’è la montagna forte, quella del turismo di massa, delle grandi strutture ricettive, degli impianti a fune, delle piste da sci con la quale Giovanni non ha avuto contatti se non rari ed occasionali. C’è poi la montagna debole, quella dei paesi ormai spopolati, degli alpeggi, dei boschi di abeti e di larici, dei pascoli alpini, dei camosci, delle alte quote e dei ghiacciai. E’ questa la montagna di Giovanni, allora ancora viva e fiorente.

E poi c’è il nonno, che lo porta da bambino a scoprire il Monte Rosa e indicandogli la via dei colli e delle vette gli dice:”Siamo passati di qui! Di là!”. Il ricordo di lui affiora sempre mentre si va in montagna:”Su quei dirupi ci sono le stelle alpine…….su quella macchia verde il genepì”.

Anche la zia Ice racconta:”Nei primi tempi il nonno e lo zio Pinin attraversavano i viottoli di Alagna che era ancora notte, con una lanterna in mano e la piccozza, che sembrava un piccone, sulle spalle. Gli alagnesi, già intenti a governare le stalle, li chiamavano i “mineurs”.

Il parlare del nonno è brioso e pieno di spirito, anche se sottintende a volte la durezza del vivere in montagna. “Mi raccontava che in questa baita c’era un cane. Il suo padrone lo chiamava “Sinuvans”.

“Là il nonno (siamo sotto il Colle Sesia) ha bivaccato per il troppo caldo, un giorno intero ed una notte, in attesa del freddo e del finire delle scariche”.

Racconti, indicazioni, escursioni, salite che lo legano intensamente e intimamente alla montagna in tutti i suoi aspetti.

Ancora sul finire degli anni sessanta Giovanni nel cuore di ogni estate sparisce per una settimana. Nessun mistero. Si apparta in un alpeggio della val d’Egua e col latte del pastore produce formaggi per il proprio consumo.

C’è poi il periodo di insegnamento a Rimella come grande approfondimento della vita di “lassù gli ultimi” nella faticosa quotidianità.

E’ di quegli anni la sua esplorazione del versante Sud del Monte Rosa lungo le vie del nonno, che ho il privilegio di conoscere, ormai ultraottantenne, al ritorno da una salita alla Dufour. Siamo nel tardo pomeriggio a Riva Valdobbia e Giovanni gli parla della fatica nell’attraversamento della Zumstein. “Si può evitare?” gli chiede, “Mi sono inoltrato una volta sul versante Est tra il Colle Gnifetti ed il Colle del Papa, ma”risponde “mi sono trovato a mal partito e con molta difficoltà sono tornato indietro”.

Racconti, indicazioni, relazioni scritte che fanno maturare in Giovanni modi e mete che si pongono nel solco dell’alpinismo classico dei fratelli Gugliermina.

Con un’unica differenza. Giovanni è molto frugale e sbrigativo nell’alimentazione: pochi prodigiosi biscotti al Plasmon e qualche prugna secca. Io starei dalla parte del nonno per poter attingere nei frequenti “asciolvere” alle abbondanti provviste dei due pionieri dell’alpinismo valsesiano, con pollo, scatolette di tonno ed altre più sostanziose pietanze. Ma così non è. Sono legato alla corda del nipote e mi accade spesso di entrare in una condizione di sfinimento.

Un insieme di ricordi dunque quelli che ho di Giovanni che, con la commozione di questi giorni, mi danno di lui un’immagine consueta e particolare. Lo vedo alla capanna Valsesia ora Gugliermina. Siamo al tramonto, da lui aspettato, di un giorno solare. L’oscurità sale dagli anfratti più profondi della valle e allunga i suoi tentacoli verso l’alto. Sulle vette le ultime “pennellate di sole” (come direbbe il nonno). Giovanni scrive sul suo quadernetto qualche riflessione esistenziale, qualche nota sulla giornata trascorsa. Nei suoi scritti sono dominanti tre colori: il verde dei pascoli, il bianco delle nevi, l’azzurro dei cieli. Gli suona nell’orecchio una sinfonia di Mahler e pensa ai suoi concetti di vetta e di colle espressi in una intervista scritta: sulla vetta sali e poi ridiscendi e ciò è triste. Il colle è un richiamo per il passaggio……tra il noto e l’ignoto……. Ti dice “vieni e passa oltre”…. Sia in senso reale che metaforico è il luogo dove incontri e attingi “ l’oltre”.


Renzino



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